Breve nota sul convegno: “Romano Alquati. Immagini e percorsi soggettivi e collettivi di una ricerca”
di Emiliana Armano e Devi Sacchetto
Romano Alquati, instancabile ricercatore scalzo, attivista politico e intellettuale, analista della soggettività, dei processi di soggettivazione e della composizione di classe, esponente di spicco del pensiero operaista è morto a Torino il 3 aprile del 2010. Una giornata di convegno,1 a un anno circa dalla sua scomparsa, è stato organizzato da compagni, amici e colleghi, insieme al “Cantiere per l’autoformazione”, una struttura composta da dottorandi e studenti dell’Università di Torino. Il convegno è stato l’occasione per riflettere tra i protagonisti di una storia e di una esperienza collettiva, ma anche per indagare che cosa essa può offrire ai giovani studenti e operai.
L’itinerario personale, politico e intellettuale di Romano Alquati si intreccia indissolubilmente con la storia del secondo dopoguerra, quando una generazione di militanti misero in secondo piano l’importanza della propria professione e per sopravvivere cercarono occupazioni in grado di “servirci anche per la nostra militanza politica!”. Essi diedero vita a una modalità nuova di fare politica che fece da spartiacque anche per le successive generazioni, sino a oggi.2
L’intento degli organizzatori non era di proporre una visione unitaria, coesa delle categorie alquatiane, ma al contrario di dare spazio ai piani molteplici del discorso: politico, teorico, emotivo ed esistenziale. Nell'incontro è prevalso un taglio biografico e narrativo, affrontando anche alcune delle tematiche teoriche che Alquati aveva caparbiamente portato alla luce.3 La potenza della macchina narrativa ha consentito una riappropriazione collettiva della storia che i convenuti avevano vissuto e sulla quale, anche individualmente, avevano riflettuto. Per l’occasione si sono quindi ripercorse anche le tappe della ricerca di Romano Alquati indirizzata al rinnovamento radicale dello studio della sociologia industriale e allo sviluppo della conricerca sociale in Italia. In queste note cercheremo di dar conto delle diverse angolazioni affrontate dagli interventi.
1. Rotture e riparazioni del diventare adulti
Nell’intervento di apertura Renato Rozzi, psicanalista e caro amico fin dall’infanzia, sottolinea a più riprese gli elementi di rottura, nella criticità del “diventare adulti” in quella peculiare fase storica. Romano Alquati nasce in una famiglia della medio-alta borghesia come lui stesso racconta in una intervista autobiografica4. Il padre Carlo Alquati, generale del Regio Esercito e amico di Gabriele D’Annunzio, viene mandato in Croazia per le sue posizioni di sinistra all’interno del Partito fascista; qui Romano nasce e vive i suoi primi anni di infanzia. Nel 1945 a dieci anni perde il padre, giustiziato dai partigiani nella zona di Vercelli. Alla caduta in povertà si somma dunque “il crollo sociale” e gli anni di un dopoguerra “che stentava a finire”5.
La centralità degli anni di formazione e militanza a Cremona – dove si è trasferito -è messa in risalto anche da Fabrizio Merisi, pittore e amico fin dai primi anni ’50 di Alquati, che ricorda come “l’aria cremonese lo contamini anche somaticamente pur a distanza di decenni”, sebbene egli non fosse tenero con “una cremonesità troppo accomodante in contrasto col suo profondo rigore etico e intellettuale.” Merisi ricorda il passato di pittore di Alquati attratto dallo scorrere lento del tempo sullo spiaggione del fiume Po.
Cremona negli anni ’50 è, fortunatamente, un vero laboratorio politico che garantisce sia un’ampiezza di orizzonti sia lo sviluppo di rapporti sociali e politici in Italia e all’estero. In particolare per Romano gli incontri decisivi sono quelli “[con Danilo] Montaldi (tramite il Club Ulisse) e poi [con] Renato Rozzi, che diventerà un paziente e sapiente mio fratello maggiore, e poi [con] Giovanni Bottaioli, vecchio militante politico operaio internazionalista”.6 D’altra parte, secondo Gianfranco Fiameni è possibile ritrovare in Alquati una sorta di “protoperaismo” a largo spettro “stretto ai processi reali, alle presenze di quanti incontravamo nei giri del periodo cremonese 'delle fabbriche' e in tante letture e confronti”.


