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TORINO, SALONE DEL LIBRO 2008: LE RAGIONI DEL BOICOTTAGGIO E DELLA MOBILITAZIONE


|Febbraio 2008| Tra l’8 e il 12 maggio 2008 la Fiera Internazionale del Libro di Torino avrà come “ospite d’onore” Israele, in occasione del sessantesimo anniversario della sua fondazione.
Noi intendiamo sostenere il boicottaggio della Fiera del Libro e chiamiamo a una mobilitazione politica in solidarietà con il popolo palestinese in concomitanza con i giorni della Fiera. Ci consideriamo avversari del governo e dell’esercito israeliano, siamo contrari al Muro dell’apartheid nei territori occupati, sosteniamo la lotta di resistenza delle palestinesi e dei palestinesi. Per noi Israele non è un ospite d’onore.

Nel 2008 ricorre il 60° anniversario della Nakba, della “catastrofe”: 850.000 profughi dovettero abbandonare le loro case sotto l’attacco dell’esercito israeliano, 531 villaggi vennero incendiati e distrutti, migliaia di persone persero la vita in una guerra che non avevano chiesto, uccisi da un nemico che non avevano scelto, resi vittime di decisioni politiche di cui non portavano responsabilità alcuna. Da allora milioni di palestinesi vivono in campi profughi dove le condizioni di vita sono raccapriccianti, subiscono le violenze e le guerre di Israele o le discriminazioni dei governi dei paesi arabi in cui si sono rifugiati, sono privati del cibo, dell’acqua, del combustibile e del riscaldamento da parte delle autorità israeliane, viene loro negata la possibilità di spostarsi per recarsi a scuola o al lavoro attraverso una rete di posti di blocco stradali dell’esercito.

La situazione che si vive nei campi profughi, nella striscia di Gaza e in Cisgiordania è emergenza umanitaria e politica da 60 anni. Di fronte a una situazione che anziché migliorare peggiora sempre più, portando un’intera popolazione sull’orlo del baratro, non possiamo voltarci dall’altra parte. E’ oggi più che mai della massima importanza manifestare sostegno alla popolazione palestinese.
Se, come è vero, tutto questo ha avuto inizio con la Nakba del 1948, l’idea di celebrare a Torino quell’evento, invitando e mettendo in vetrina lo stato che ne fu responsabile – uno stato che oggi è responsabile di politiche altrettanto violente contro la popolazione palestinese – è vergognosa. E’ falso che si tratti solo di letteratura, qui c’è molto di più: è l’attestazione di una forma di affinità e amicizia politica, un favore fatto a un alleato influente, poco importa quanto presentabile. Avrebbe forse il Salone invitato l’attuale stato Birmano o il Sudafrica dell’apartheid? Naturalmente no, e questo dimostra come dietro l’invito vi sia la concessione di un credito politico che lo stato israeliano oggi non merita. E’ una scelta politica, e come tale va valutata e affrontata.

Per questo il boicottaggio è doveroso. Israele è un paese che ha commesso e commette crimini di guerra, che attua politiche razziste, che perseguita i reali oppositori politici, che impedisce attivamente una vita dignitosa per milioni di persone. Come nel caso del Sudafrica, degli Stati Uniti o della Birmania, anche contro Israele è necessario mettere in atto politiche di protesta e di opposizione intransigenti, mirate a impedire la continuazione delle politiche militari ed economiche che stanno mettendo in ginocchio la vita sociale del popolo palestinese.

Boicottare questa edizione del Salone del Libro non significa affatto boicottare la letteratura, né tanto meno la letteratura israeliana, ma criticare con forza la scelta cosciente delle nostre istituzioni di schierarsi culturalmente e politicamente dalla parte del più forte, offendendo la memoria di milioni di persone oppresse e sofferenti. Boicottare questa iniziativa significa schierarsi da una parte precisa, che è quella del popolo palestinese e della sua resistenza sociale e politica, cioè dalla parte di chi è più debole.
Come potrebbe d’altra parte il boicottaggio del Salone essere un boicottaggio contro la letteratura, se a proporlo sono anzitutto degli scrittori? Forse chi lo dice crede che donne come Suad Amiry o uomini come Ibrahim Nasrallah, che sostengono il boicottaggio, siano scrittori di serie B perché palestinesi? O che i letterati che fanno parte della Lega degli scrittori arabi siano tutti degli imbecilli che non sanno cosa sia la letteratura? E come potrebbe essere il boicottaggio di una simile iniziativa assimilabile a un boicottaggio della letteratura israeliana, se il più grande poeta israeliano vivente, Aharon Shabtai, sostiene il boicottaggio? Egli ha scritto che “uno stato che ha in atto un’occupazione, che commette quotidianamente crimini contro i civili non merita di essere invitato a qualsiasi settimana culturale. Questo è anti-culturale – continua il poeta israeliano – è un atto barbaro travestito da cultura in modo cinico”.

Il boicottaggio di una scelta politica e istituzionale non impedisce a nessuno di scrivere, né impedisce alle scrittrici e agli scrittori, di qualsiasi nazionalità, di far circolare le loro idee e le loro opere. Ma qui non siamo in presenza di un invito a singole personalità letterarie israeliane, al di là di quelle che possono essere le loro idee, bensì al loro stato, che è accusato di molteplici crimini di guerra, che ha eretto un Muro razzista per dividere la popolazione israeliana da quella palestinese, che nel farlo ha ancora una volta annesso alla sua giurisdizione territori che non gli appartengono, che sta attuando un embargo durissimo contro migliaia di persone senza viveri e senza riscaldamento per l’inverno.
E’ semmai la Fiera del Libro stessa che ha selezionato gli scrittori israeliani invitati in modo da escludere quelli più critici verso le loro istituzioni. Ci riferiamo ad esempio ai cosiddetti “nuovi storici”, che propri sulla Nakba e sulle reticenze di Israele sul 1948 hanno condotto negli ultimi anni importanti ricerche storiografiche. Ad essere invitati sono stati scrittori più noti al grande pubblico, che sono spesso in televisione, i cui libri riscuotono maggior successo commerciale. Naturalmente ora essi vengono presentati come critici verso il governo israeliano, anche se la loro criticità si riduce spesso a prese di posizione di puro principio, e mai all’opposizione attiva che costa dure conseguenze ad altri intellettuali, ai disertori dell’esercito e alle associazioni ebraiche contro l’occupazione.

D’altra parte, la Fiera del Libro rappresenta da sempre solo una parte della letteratura, cioè quella che ha accesso ai grandi canali della distribuzione e commercializzazione. Personaggi come Federico Motta, presidente dell’associazione italiana editori, o Grande Stivens, presidente della Compagnia di San Paolo (il principale finanziatore della Fiera), intervengono in questi giorni in difesa delle scelte del Salone del Libro, ma il loro interesse in questa vicenda è squisitamente economico: proprio quel tipo di interesse che uccide ovunque le potenzialità più libere o differenti della letteratura, che censura la letteratura che si scontra – per ragioni di forma o di contenuto – con i canoni dominanti o preferibili per ragioni di mercato.
Ma in queste settimane non sembra esserci spazio, sui quotidiani, per un confronto o una discussione aperti. In queste settimane l’opinione di chi è favorevole al boicottaggio è stata presentata come cieca, intollerante, fanatica; i sostenitori del boicottaggio sono stati dipinti come boicottatori della cultura, o come persone che vorrebbero bruciare i libri. Ancora una volta il punto di vista critico è stato falsificato e distorto nelle argomentazioni di chi non lo condivide, senza che di fatto – nella maggior parte dei casi – si sia data la possibilità agli scrittori che hanno rifiutato l’invito al Salone di chiarire e precisare la loro posizione. Paradossalmente, in nome del “rispetto”, della “democrazia” e del “dialogo” la critica alle scelte di chi detiene il potere nella nostra città viene presentata come “intollerante” o “antidemocratica” e perciò bandita a priori e descritta in modo caricaturale.

Ma ciò che davvero è intollerante è la scelta stessa di ridicolizzare o insultare chi la pensa diversamente. Ciò che ha stupito, come nel caso di Gabriele Ferraris su Torinosette, è la superficialità e l’arroganza dei toni di chi attacca gli oppositori della Fiera, oltre che la rozzezza delle opinioni espresse: un problema delicato e complesso come quello della situazione del popolo palestinese viene liquidato a colpi di slogan ad effetto, come in qualsiasi articolo di critica musicale o dello spettacolo. In effetti i giornalisti nostrani non riescono ad astrarre dalla loro quotidianità fatta di facili verità brandite nei salotti della Torino bene, e non comprendono quale sia la portata dei drammi che vivono la popolazione e i profughi palestinesi, o i cittadini libanesi reduci dalla guerra. Come se non bastasse, gli scrittori arabi vengono sovente presentati sui giornali come degli stupidi intolleranti, mentre gli intellettuali israeliani e italiani (favorevoli alla Fiera) come persone intelligenti e di tutto rispetto. E’ legittimo il sospetto che dietro a ciò si celi una forma di razzismo da cui, nei decenni, il nostro paese non si è affatto reso immune.
D’altra parte, i giornalisti sanno perfettamente chi non bisogna scontentare per tutelare la propria carriera, e la rincorsa alla difesa dell’invito a Israele – dalla redazione della Repubblica a gran parte di quella del Manifesto – è più una testimonianza di fedeltà alla schiera delle persone politicamente “rispettabili”, alla cricca dei privilegiati del giornalismo e della cultura, piuttosto che una scelta informata e motivata su una complessa situazione internazionale e su una scelta dalle evidenti implicazioni politiche.

Nei prossimi mesi realizzeremo iniziative politiche di contestazione al Salone, promuovendo un percorso comune per tutte quelle realtà politiche e sociali che sono amiche dei palestinesi e sostengono la loro lotta e la loro causa. Organizzeremo conferenze e seminari all’Università, dove daremo voce a quei punti di vista che il Salone del Libro ha voluto di fatto bandire dal dibattito pubblico, quelli cioè della critica del sionismo, della storiografia militante, delle ragioni politiche della resistenza palestinese. Manifesteremo per le strade della città, dimostrando che ancora una volta esiste una Torino che non è allineata alle logiche di chi comanda.

Non è vero, come credono Valentino Parlato e Marco d’Eramo, che chi boicotta il Salone del libro è senza argomenti: le scrittrici e gli scrittori, i palestinesi, gli arabi, gli israeliani e gli italiani favorevoli al boicottaggio stanno da settimane portando avanti e argomentando le ragioni della loro libera scelta, pur nel boicottaggio che delle loro opinioni viene fatto dalle istituzioni e dai principali organi d’informazione. Basta ascoltare senza pregiudizi, e le argomentazioni si trovano. A meno che non interessino solo le opinioni che non escono dai confini tracciati dal potere su ciò che è una critica accettabile e ciò che non lo è.


NETWORK ANTAGONISTA TORINESE
CSOA ASKATASUNA - CSA MURAZZI - COLLETTIVO UNIVERSITARIO AUTONOMO


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