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MOVIMENTO
UN 8 MARZO DI LOTTA DELLE DONNE

Abbiamo sempre scelto di non partecipare alle celebrazioni dell’8 marzo, in quanto non ci siamo mai sentite coinvolte in un evento così ritualizzato e istituzionalizzato.

Quest’anno invece abbiamo deciso di organizzare in quella data una giornata di lotta e mobilitazione. Un 8 marzo autorganizzato a livello territoriale che rilanci la lotta per l’autodeterminazione, manifestando con lo stesso striscione che sfilerà in molte altre città italiane: “tra la festa, il rito e il silenzio…noi scegliamo la lotta!”

Ci sentiamo di esprimere innanzitutto un forte e chiaro no alla strumentalizzazione a fini elettorali dell’8 marzo da parte di Cgil Cisl e Uil, organizzazioni che sostengono politiche familiste e di controllo sui corpi e a cui non deleghiamo l’espressione del nostro pensiero e delle nostre pratiche politiche. Il fatto che il sindacato abbia scelto di organizzare una manifestazione nazionale a Roma per celebrare un fantomatico centenario della feste delle donne senza nemmeno confrontarsi con quelle stesse donne che intenderebbe celebrare, è quanto mai inopportuno. Tanto più in un momento come quello che stiamo vivendo, un tempo fatto di attacchi quotidiani, di minacce, di provocazioni continue: un momento in cui è fortemente necessario che le donne ritrovino il senso della propria autonomia e il coraggio della propria autodeterminazione.

Il discorso fatto recentemente rispetto alle donne e al corpo delle donne è innanzitutto un discorso biologico, e si è visto benissimo nell’episodio di Napoli. Quando si riduce la vita, sotto qualsiasi forma e in particolare la riproduzione, che poi non è riproduzione ma produzione di figli, quando si riduce questa complessità della vita che è fatta anche di affetti, di rapporti, di sentimenti, di scelte, di diritti, di rivendicazioni, di lotte, alla naturalità, al fisiologico, al medico, si fa una grande operazione di potere. Il potere che scopre la vita come posta in gioco del potere della propria economia, di riproduzione dei beni e lo assoggetta.

Si parla di aborto, ma nessuno parla della vita che vive una donna con figli che non ce la fa ad arrivare alla fine del mese. Non ce la fa economicamente, fisicamente, non riesce nemmeno a immaginare un futuro, a desiderare un sogno.

Vorrebbero porre in primo piano la vita di un feto a tutti i costi, ma si dimenticano coscientemente di pensare alle condizioni minime perché la vita non sia una sopravvivenza animalesca e disperata, ma una vita degna.

E’ davvero incredibile che ancora qualcuno tenti di mettere in discussione la legalizzazione dell’aborto e che si parli delle donne come di menomate mentali non in grado di intendere e di volere, incapaci di gestire le proprie scelte responsabilmente o addirittura come delle mostruose omicide che senza scrupoli premeditano l’assassinio di ciò che potrebbe/dovrebbe diventare un nuovo essere umano. Se non bastasse, il concetto di autodeterminazione della donna, un’idea (nonché una pratica) che parrebbe assodata e condivisa dopo decenni di faticose lotte, viene ora riletta e interpretata in chiave ideologica, come fosse una pretesa abusiva o un’invenzione e non un diritto; quasi che le donne, autodeterminandosi, andassero contro un presunto ordine naturale delle cose e sfidassero la natura della vita umana.

Chiunque dica che si abortisce alla leggera, senza consapevolezza e senza coscienza, evidentemente non sa di che sta parlando. Forse è il caso di ricordare che abortire, anche in ospedale, significa sottoporsi ad un intervento chirurgico, non privo di rischi e non è raro, nell’attesa, essere trattate come delle persone prive di scrupoli, senza morale o ancora essere importunate nel letto d’ospedale da difensori degli embrioni che ti riempiono di sensi di colpa non preoccupandosi minimamente della tua salute fisica, psichica e mentale.

Prima della legge 194 si abortiva in casa o negli studi medici dei cucchiai d’oro, illustri specialisti che si facevano pagare bene per liberare le donne dal loro problema. Spesso le donne abortivano da sole, nel silenzio delle mura domestiche. In qualunque modo si praticasse in passato o si pratichi al giorno d’oggi, l’interruzione di gravidanza per molte donne resta un trauma segnato da un lacerante senso di colpa. La maternità non è sempre un dono. Capita che arrivi a seguito di una violenza o che semplicemente, per i motivi più svariati, non arrivi al momento giusto. Ci sono poi donne che non vogliono figli. Cosa dovrebbero fare, chiudersi in clausura e rinunciare al sesso? Perché la Chiesa stessa continua a proibire il ricorso ai metodi anticoncezionali che sono l’unico modo per non giungere alla pratica dell’aborto?

E’ chiaro poi che qui non è in gioco solo l’aborto ma anche il controllo della fertilità e il diritto alla sessualità scissa dalla procreazione. Tre cose che evidentemente ancora oggi, agli uomini e alla Chiesa non va giù che vengano gestite dalle donne.

Per millenni alle donne non è stato concesso di decidere se e quando procreare. Ogni atto sessuale in età fertile poteva significare rimanere incinte. Che si fosse portate per la maternità o no, che si fosse sposate o no, che si avessero già dieci figli o che semplicemente si avesse voglia o meno di avere un figlio. Da quando sono stati inventati i metodi di controllo delle nascite o i metodi contraccettivi, le donne hanno scoperto come evitare di fare figli contro la loro volontà, ma sicuramente hanno anche riscoperto il gusto di volere dei figli, di desiderarli veramente. Il fatto che i metodi anticoncezionali siano tanto invisi al Potere clericale e non solo, dimostra che ciò che dà fastidio è proprio il fatto che a controllare la procreazione sia la donna.

Coloro che parlano di difesa della Vita e si flagellano con il cilicio per difendere l’embrione sono quelli che poi sostengono le guerre di religione e segretamente vorrebbero abortire gli immigrati, le lesbiche, gli omosessuali, forse anche i comunisti. Questi filoembrionisti difendono a tal punto la Vita, quella con la V maiuscola, che non chiedono nemmeno la moratoria sulla guerra, che di vite ne falcia a milioni. Figuriamoci poi se in queste coscienze illustri crea qualche preoccupazione filosofica-etico-giuridica, il fatto che migliaia di persone all’anno muoiano sul posto di lavoro. Morti bianche si dice, morti legalizzate in nome di un profitto produttivo che ha la meglio sulla vita di noi tutti.

Ribaltando concettualmente, eticamente e politicamente quanto sostenuto dagli antiaboristi sul concetto di difesa della vita, dobbiamo cercare di riappropriarci di questi temi. Le donne che abortiscono sono delle assassine, dei mostri mortiferi. Ma quale vita? Verrebbe da chiedersi…Parliamo delle nostre vite spinte all’estremo, fatte di precarietà, spesso di povertà, di incertezze per il futuro. Non a caso i discorsi politici oggi sono tutti strumentalmente cristallizzati sul problema della vita biologica da una parte e sul problema della presunta insicurezza sociale dall’altra. Tutto insomma per non parlare di quell’altra vita che a questo punto spetta a noi difendere.

CORTEO - Sabato 8 marzo ore 15 concentramento in Piazza Vittorio Veneto

Csoa Askatasuna – Collettivo femminista Rossefuoco

Csa Murazzi – Collettivo Universitario Autonomo - KSA ollettivo studenti autorganizzati

Network Antagonista Torinese


Sito Internet: www.csoaskatasuna.org


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