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METROPOLI
Ancora un immigrato morto nel nome della sicurezza

Giovedì sera un giovane di vent'anni è morto sul lungo Po Murazzi durante un controllo della Guardia di Finanza. Tentando di fuggire, il giovane si è tuffato nel Po ed è annegato dopo pochi minuti. Secondo la ricostruzione di amici e familiari, il giovane sarebbe stato invece manganellato dai finanzieri e quindi una volta tuffatosi nel fiume, sarebbe svenuto per le percosse senza riuscire a mettersi in salvo. Il fatto che il giovane fosse di nazionalità maghrebina, che fosse senza documenti o che avesse qualche grammo di fumo in tasca, (cosa che per altro non è nemmeno stata dimostrata), forse per i giornali e i benpensanti locali può essere una giustificazione per disinteressarsi dell'accaduto o addirittura per costruirci sopra la solita campagna mediatica sugli immigrati e sulla sicurezza. A noi invece questi fatti importano poco, perchè non ci sembrano affatto un buon motivo per morire. Non sappiamo con certezza se il giovane sia stato manganellato, ma quel che è certo è che nessuno tra i finanzieri si è mosso per aiutarlo a uscire dal fiume. I soccorsi sono stati chiamati in ritardo e il giovane è stato lasciato annegare.
La vita di un giovane immigrato, senza regolare permesso di soggiorno e probabilmente senza lavoro, vale appunto meno di zero.
Forse oggi Chiamparino e i suoi uomini preposti all'ordine e alla sicurezza si sentono più protetti e più sicuri.
Noi invece che proprio ai Murazzi quasi vent'anni fa abbiamo deciso di aprire un centro sociale e di condividere collettivamente quel pezzo di città, a differenza del sindaco ci sentiremmo più sicuri se non fossimo costretti a camminare sul lungo Po facendo lo slalom tra le brutte facce dei vigilantes privati, dei poliziotti, dei carabinieri e dei buttafuori.
Di questo siamo SICURI.

mart.4 alle 18 presidio ai Murazzi de Po VERITA' E GIUSTIZIA per Abder Hemane Khalafa inseguito dalla guardia di finanza ai murazzi e morto annegato a vent'anni

di seguito il comunicato del CSA MURAZZI

Da molti mesi il tema della sicurezza è al centro del dibattito interno alla politica istituzionale, ora più che mai lontana dai bisogni reali della popolazione e cieca di fronte alle contraddizioni e ai problemi che la gente vive quotidianamente sulla propria pelle. Sui giornali e in televisione non si parla d'altro. Tutti concorrono a creare un clima di paura e di terrore nei confronti di chi non vuole per scelta o di chi non può per necessità, allinearsi con i diktat sociali ed economici imposti da chi detiene il potere di controllare e indirizzare le vite di ognuno. La politica istituzionale lavora a tempo pieno per costruire nei cittadini la falsa illusione che sicurezza significhi benessere e migliori condizioni di vita. A livello locale, i sindaci pretendono maggiori poteri nella gestione del cosiddetto ordine pubblico, assumendo sempre più le sembianze degli sceriffi del lontano West. Con queste premesse le priorità imposte diventano quindi altre rispetto ai bisogni reali della popolazione. La pulizia etnica nei quartieri per difendere gli interessi delle lobbies immobiliari, la militarizzazione dei territori, le campagne contro i lavavetri e i parcheggiatori, sono tutti temi al centro di una politica di palazzo che perde di legittimità rappresentativa dimenticandosi di ascoltare le richieste dei cittadini e delle cittadine, costretti a difendersi in solitudine dallo sfruttamento sul posto di lavoro, ad arrangiarsi senza sostegno alcuno per arrivare alla fine del mese, a pagare sulla propria pelle gli aumenti dei trasporti, dei beni di consumo e di prima necessità.
Per il sindaco della nostra città l'illegalità vissuta da un parcheggiatore abusivo è eticamente e giuridicamente paragonabile ai reati di evasione fiscale di un multimiliardario. Per Chiamparino, come per altri sindaci del nostro paese, un lavavetri compromette a tal punto il benessere e la tranquillità dei cittadini da meritare di essere imprigionato. Per le amministrazioni di centrosinistra, come per quelle di centrodestra, la vita di un immigrato vale meno di zero. Corpi senza identità, senza diritti, da rinchiudere nei Cpt e da rimpatriare se non buoni da sfruttare nei cantieri edili o utilizzare all'interno del mercato del lavoro nero.
Qualche mese fa il sindaco torinese ha firmato il nuovo patto sulla sicurezza, nell'intenzione di incrementare il numero di uomini delle forze dell'ordine e rendere la città più sicura. Altri soldi spesi, se non sprecati, per acuire la dimensione del controllo sociale. Altri soldi spesi, se non sprecati, per aumentare le ronde poliziesche nei quartieri, per installare nuove telecamere, per armare gli addetti alla sicurezza negli stadi, per vigilare sugli interessi di pochi a discapito dei bisogni di molti. La vivibilità di una città non può e non deve essere una questione di ordine pubblico. Il benessere della popolazione non si ottiene attraverso la militarizzazione delle strade e dei quartieri.
Il fallimento di questi provvedimenti securitari è sotto gli occhi di tutti. Politiche sociali e sull'immigrazione incapaci di interpretare la realtà che ci circonda e di risolverne le contraddizioni producono soltanto insicurezza, disagio e paura. Credere che si possano risolvere i problemi della città attraverso i controlli di polizia è una falsa illusione che bisogna scardinare. Questa ennesima morte all'interno della comunità migrante di Torino lo dimostra.
Un altro giovane è stato ucciso. E complici di questa morte sono ancora una volta le politiche di esclusione sociale e di repressione utilizzate dal sindaco Chiamparino – come dal governo nazionale – per mettere ordine nelle nostre strade e nelle nostre città.



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